Spettacoli

20/11/2007 - Questa notizia è stata letta 247 volte.

Vi racconto il mio Salvatore Quasimodo

Vi racconto il mio Salvatore Quasimodo

Vi racconto il mio Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo raccontato da suo figlio Alessandro.

Spettacolo di narrazione con video proiezioni

Ricordi e suggestioni che passano attraverso un legame di sangue e si offrono all'esterno con tutta la loro intensità. Oltre le maschere o l'ipocrisia. Ipnotizzando chiunque voglia lasciarsi ipnotizzare, e scansando senza rancore gli indifferenti.
Alessandro Quasimodo, professione attore e regista teatrale. ..solitamente cattura l'attenzione di tutti i presenti. Sarà il suo sguardo, verde e magnetico, sarà la sua voce profonda, o il modo in cui legge i versi paterni.
"Non faccio di professione il figlio di Quasimodo ma l'attore. Mi sono formato alla scuola del Piccolo di Milano e poi ho iniziato la mia carriera. Porto a voi , ovviamente in forma ridotta, ciò che è nato per il teatro. Il recital 'Operaio di sogni', che prende il titolo da un verso di mio padre , in cui, con molta umiltà, si autodefinisce " Operaio di sogni". Lo scopo è quello di far venire fuori l'uomo e il poeta. "
Con tali parole inizia un viaggio nella memoria, nella poesia di Salvatore Quasimodo; viaggio affascinante e di gran qualità. Istruttivo, eppur lungi dalla pedanteria.
"La sua vita - racconta Alessandro - è stata complicata, difficile, piena di luci e ombre". Sciocco nascondere i difetti, le cadute lungo il tragitto: "L'artista non deve esser messo sotto una campana di vetro. E' un uomo come tutti noi".
Solo che, a differenza della gente comune, l'artista riesce a trasformare gioie e dolori della vita privata in preziose fonti d'ispirazione. Così fu anche per Salvatore Quasimodo, che nacque a Modica (in provincia di Siracusa) nel 1901, da Clotilde Ragusa e Gaetano, capostazione. Modica nel 1901, era in provincia di Siracusa e solo alla fine degli anni Venti, venne creata quella di Ragusa. Quasimodo preferì ignorare il cambiamento e si è sempre proclamato " siracusano".
Subito dopo il catastrofico terremoto del 1908 si trasferì con la famiglia a Messina, perché il padre aveva ricevuto l'incarico di rimettere in sesto la rete ferroviaria. L'alloggio fu un vagone merci "tra fili spezzati e macerie". Un periodo nero, quello, sempre a contatto con la morte e la disperazione dei superstiti. Difficile cancellarlo dall'anima.
Nella città dello Stretto, Salvatore Quasimodo portò avanti gli studi, conseguendo (per volontà di Gaetano e non per passione personale) nel 1919 un diploma presso l'Istituto tecnico "Jaci". Risalgono a quegli anni le amicizie destinate ad accompagnare la vita del poeta: con Salvatore Pugliatti e Giorgio La Pira soprattutto. I versi, invece, cominciarono a riempire fogli molto tempo prima. La poesia divenne pensiero fisso, pura vocazione: per inseguirne il richiamo, nonostante la disapprovazione del padre (con cui aveva un rapporto a dir poco conflittuale), il giovane si trasferì a Roma. Iscritto alla facoltà di Agraria chissà per quale motivo (considerato che non diede neanche un esame), fra gli stenti continuò a coltivare gli interessi letterari: "Ho rintracciato - spiega il figlio Alessandro - una paginetta che risale ai primi anni Venti e in cui parla delle difficoltà oggettive di quel momento". E sulla paginetta in questione, fra l'altro si legge della continua ricerca di un qualsiasi lavoro per sopravvivere: "Bussavo ovunque - scrive Salvatore Quasimodo -. Divenni disegnatore tecnico di una grande impresa di costruzioni, commesso in un negozio di ferramenta, impiegato in un grande emporio di Piazza Colonna". L'emporio era la Rinascente. E a questo punto Alessandro , nel suo recital, non resiste alla tentazione di ricordare che negli anni '60, subito dopo il Premio Nobel, la direzione della Rinascente inviò al poeta un attestato di impiegato modello: "Evidentemente non avevano indagato troppo sul suo passato professionale", ha commentato ironico Alessandro, aggiungendo che "la carriera di mio padre, a dire il vero, era finita tra due carabinieri a cavallo". Il motivo è presto detto: "All'entrata in vigore della legge fascista che proibiva gli scioperi, lui cosa fece? Ne organizzò uno".
Risultato: carabinieri e licenziamento.
Nonostante "le privazioni e la miseria", Salvatore cominciò ad imparare il latino e il greco grazie a monsignor Rampolla del Tindaro, che per fortuna non chiedeva soldi in cambio. I giorni a Roma, dunque, si dividevano così: "Di giorno lavorava, di sera studiava e di notte andava in giro per Roma. Amava specialmente stare sui sedili di Piazza Navona". Scrisse 'I ritorni': Piazza Navona, a notte, sui sedili stavo supino in cerca della quiete, e gli occhi con rette e volute di spirali univano le stelle, le stesse che seguivo da bambino disteso sui ciottoli dei Platani, sillabando al buio le preghiere. "Sono ritorni che avvengono solo dentro di lui. Ritorni alla propria casa, alla madre. Lui soffre ma rimane lontano, perché ha dato un taglio netto. E da quel momento in poi la Sicilia viene mitizzata, come fosse la terra promessa". Nel 1926 arrivò un cambiamento: "Quasimodo fu quasi costretto dal padre ad accettare un impiego di geometra presso il Genio civile di Reggio Calabria. Lì rimase per qualche tempo". La sopravvivenza quotidiana era finalmente assicurata, ma non la serenità: "La sua unica evasione consisteva nel prendere il ferry boat e andare a Messina, dove incontrava i vecchi compagni di scuola. Giorgio La Pira divenne il suo fedele corrispondente spirituale, e non smise mai di seguirlo. La meta preferita del gruppo era il Santuario di Tindari". E ad Alessandro sembra inevitabile recitare i versi di 'Vento a Tindari': "forse una delle più celebri, note, aeree poesie della sua produzione".
In ambito messinese, e grazie principalmente alla "serrata amicizia con La Pira", inizia la ricerca religiosa di Quasimodo, come appare evidente in 'Nessuno': "Il poeta - ha spiegato suo figlio Alessandro - si chiede se non sia meglio morire fanciullo piuttosto che perdere, nel corso dell'esistenza, le persone amate". In tale direzione, il percorso si rivela arduo e lungo; nella Pasqua del 1930 nasce 'Confessione': "E' grande, in lui, lo sconforto di sentirsi lontano dai sentieri della Grazia perché il peso della carne, della materia, è troppo forte".
Intanto continuano le peregrinazioni lungo lo Stivale: nel 1931 Quasimodo viene trasferito ad Imperia e nel 1934 a Milano. A quegli anni risale l'incontro con l'Amore. Lui, che fino ad allora aveva gestito con irrequietezza anche la sua vita sentimentale, fu travolto da irresistibili moti del cuore. Oggetto del desiderio è la danzatrice Maria Cumani, incontrata nel giugno del 1936 alla quale si legò in un rapporto intenso, testimoniato in lettere appassionate e in molte poesie a lei dedicate; solo nel 1948, dopo la morte della prima moglie Bice Donetti, Quasimodo sposò Maria e proprio in questo contesto , Alessandro ha scelto di ricordare la madre leggendo quei versi in cui il poeta "si paragona ad un giovane animale che si lascia morire dolcemente perchè la morte per amore ha in se' qualcosa di dolce" dice il poeta::"...anche dolore, ma così a quiete vòlto che per dolcezza arde".
"Nel '41, finalmente, Quasimodo chiuse con il lavoro di geometra.
L'allora ministro della cultura Giuseppe Bottai, gli conferì "per chiara fama" una cattedra di Letteratura al Conservatorio 'Giuseppe Verdi', istituita appositamente per lui (che mantenne fino alla sua morte, nel 1968)". "Divenne il cantore della guerra, l'unico poeta civile in grado di alzare la propria voce in quel periodo". Contrastò gli eventi continuando ad insegnare a casa sua e componendo poesie "con un linguaggio quotidiano che incide, in chi legge, immagini molto forti. Nulla di retorico".

In un terribile giorno dell'agosto 1943 Quasimodo si ritrovò a Bergamo, "a guardare da lontano il cielo di Milano che bruciava. Poi fece ritorno nella sua casa nel tentativo di recuperare qualcosa fra i resti". Alessandro ha letto 'Milano agosto 1943' con tono lento, e sembrava di vederlo, il poeta, ripetere in preda allo sconforto: 'La città è morta, è morta'.Gli orrori della seconda guerra mondiale soffocarono anche la voce dei poeti; appendere le cetre 'Alle fronde dei salici' sembra l'unica cosa da fare: 'E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore... '. In realtà Quasimodo continuò a lavorare alacremente, affiancando alle poesie numerose traduzioni dai classici latini e greci. E la fama, la sospirata fama, finalmente arrivò.

Premio Nobel Italiano per la letteratura 1959
Alessandro Quasimodo
Dopo aver preso parte a numerosi spettacoli teatrali, dal 1979 ad oggi, Alessandro Quasimodo, figlio del grande poeta Salvatore Quasimodo, si è dedicato quasi esclusivamente ad una sua ricerca sulla poesia sviluppatasi attraverso spettacoli che, avvalendosi di scabri elementi scenografici e musicali, hanno ottenuto risultati di grande comunicabilità. Ha partecipato a molte produzioni cinematografiche e televisive e da diversi anni è approdato alla regia, partendo da una ricerca sul teatro di poesia italiana.

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